Carovana di solidarietà con la Rivoluzione tunisina (2011): Resoconto
A marzo 2011 Sumud ha co-organizzato (insieme al Campo Antimperialista ed a Rivoluzione Democratica) la Carovana di solidarietà con la Rivoluzione popolare tunisina.
Di seguito i resoconti inviatici dalla Carovana, che si è svolta dal 22 al 27 marzo. Se volete, potete leggere i rapporti ed i messaggi inviatici dai nostri membri e simpatizzanti che hanno partecipato alla Carovana sul Blog di Sumud
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Potete anche dare un'occhiata alla Galleria Fotografica della Carovana.
Nel cuore della rivoluzione tunisina
La prima volta che sono stata in Tunisia era l'agosto del 2002. In ogni stanza d'albergo, in ogni negozietto dei suk, nei luoghi pubblici, nelle case di ogni cittadino, a nord o a sud, campeggiava, immancabile, la foto di Ben Ali. Potevi guardarlo, fotografarlo, ma nessuna domanda su di lui riceveva risposta: se pronunciavo il suo nome, immediatamente mi si faceva segno di tacere, soprattutto se ci trovavamo per strada. Un senso di paura diffusa serpeggiava a tutti i livelli, solo i più temerari si limitavano ad un elogio sui generis del presidente. Nei suoi 23 anni di carriera Ben Ali era riuscito ad annientare qualsiasi forza di opposizione politica e civile interna, creando uno stato (retto da un unico partito, da lui stesso ridenominato Raggruppamento Democratico Costituzionale – RDC) noto per la mancanza di libertà civile, politica, di stampa, di parola, di uso di internet.
Ho seguito con grande attenzione le vicende di questi ultimi mesi che hanno visto protagonisti i giovani tunisini, gli studenti, i disoccupati, il popolo, esultando per la prima vittoria conseguita con la fuga del dittatore. Come dirigente di Sumud, mi sembrava doveroso prendere parte alla Carovana di Solidarietà con la Rivoluzione popolare tunisina (che abbiamo co-organizzato con il Campo Antimperialista e Rivoluzione Democratica) e tornare in Tunisia dopo 9 anni, a respirare il vento del cambiamento.
Siamo stati giù da martedì 22 a sabato 26, recandoci nella capitale e nei luoghi del centro-sud in cui tutto ha avuto inizio. Tralascio gli incontri con i vari partiti, con gli intellettuali, su cui altri scriveranno, e mi concentro proprio sulla visita nelle città di Kasserine e Sidi Bouzid, capitali degli omonimi governatorati.
Partiamo dalla stazione degli autobus armati di taccuini e macchine fotografiche, decisi a non lasciarci sfuggire nulla di ciò che vedremo e ascolteremo. Dai vetri del bus, ci passa sotto gli occhi una splendida terra, chilometri di uliveti con piante rigogliose, tutte in fila, ben tenute, peccato per la spazzatura ai bordi della strada. Effettivamente l'economia tunisina si basa sull'agricoltura, con un punto di forza proprio nella produzione di olio d'oliva (4° produttore mondiale). Oltrepassiamo lo splendido sito archeologico bizantino di Sbeitla, e finalmente, dopo aver percorso 290 km, arriviamo a destinazione nella città di Kasserine. Ad accoglierci giovani volontari di Khayma (in italiano significa letteralmente "tenda"), Associazione socioculturale e di sensibilizzazione, formatasi appena il 19 marzo, con lo scopo di aiutare gli abitanti di quella che è tristemente divenuta famosa come "Città dei Martiri"; nella sola settimana tra l'8 e il 14 gennaio, infatti, vi sono state uccise più di 70 persone dalla polizia.
Atef e Rached, presidente e segretario di Khayma, ci accompagnano con altri amici lungo le desolate e polverose strade della cittadina, in direzione di El Zouhour, il quartiere che ha avuto il maggior numero di vittime. Come si vede che la povertà dilaga, qui. La strada non è asfaltata, piccole e basse le case, i cui muri ci dicono della miseria di chi vi abita. Le persone indossano abiti consunti, pochi negozi e molti più venditori ambulanti. Notiamo i segni della rivolta, l'edificio che un tempo era stazione di polizia è stato dato alle fiamme, così pure la sede del partito di Ben Ali. Dovevano essere veramente arrabbiati.
Arriviamo alla piazza che segna l'inizio del quartiere El Zouhour. Sul suolo che calpestiamo, il 9 gennaio, durante il funerale di Mohamed Amin Mbarki, il ragazzo di 16 anni primo martire di Kasserine, sono state assassinate 14 persone, perchè il funerale, in cui era confluito tutto il paese, non era stato autorizzato. I cecchini sparavano dai tetti mentre la polizia lanciava lacrimogeni. Più raccapricciante ancora sentire che nell'hammam, in un angolo della stessa piazza, la polizia ha spalancato la porta, gettato una bomboletta di gas lacrimogeno e sbarrato la via. Dentro si trovavano 45 donne e bambini. Così, asfissiato, è morto Yakine Guernazi, sei mesi.
Al centro della piazza, giustamente ribattezzata "Shahat Chouada" ossia Piazza dei Martiri, dentro una piccola recinzione, sorge una colonna con incisi i nomi delle giovani vittime, omaggio della città ai suoi morti per il pane, la dignità e la libertà. La nostra presenza lì non passa inosservata. Si avvicinano in tanti, tutti desiderosi di parlare. Che si sappia come vivono e perchè si sono ribellati. Una signora, con una coda di bambini al seguito, ci dice di essere vedova, e se non fosse per la generosità dei vicini di casa, non saprebbe sotto quale tetto mettere i suoi figli a letto la sera. Comincia a diventare difficile restare impassibili, una città intera ha fame, ed è a lutto.
Veniamo scortati a casa di Nizar Gribi. Lo troviamo immobilizzato a letto. Quello stesso 9 gennaio, un proiettile gli ha perforato il colon discendente e spaccato la testa del femore in più parti, due giorni dopo un occlusione intestinale lo ha costretto a sottoporsi ad una operazione. Non sa quando tornerà a camminare e potrà cercarsi un lavoro. Ha un figlio piccolo, la moglie incinta e una sorella a carico. Inizia il suo sfogo: «Siamo veramente poveri. Mia moglie, come segretaria, ha uno stipendio di 180 dinari (meno di 80 €), l'affito mensile è di 150 dinari. Kasserine, la nostra regione, è stata la prima a sollevarsi. Noi abbiamo iniziato la rivoluzione, chiedevamo dignità e ci hanno mandato i cecchini ad ucciderci. Peggio che in Palestina. Nessuno si occupa di noi, neppure una visita ufficiale abbiamo ricevuto. Forse a Tunisi hanno ottenuto la libertà, ma qui nulla è cambiato, proprio nulla». Siamo storditi dalle parole di un proletario vero. Tutto quello che queste persone possiedono è la loro prole e la forza-lavoro, che non sanno a chi vendere.
Continuiamo così di casa in casa, ultima, la famiglia di Mohamed Khudrawi, 23 anni. Il padre ci mostra con orgoglio la foto, sembra un bambino. La madre ci chiede ciò che tutte le madri hanno ripetuto: «Chi sono, dove sono gli assassini di mio figlio?». Vogliono giustizia. Ci fanno visitare la casa. Il tetto a momenti viene giù, la calce è caduta e si vedono i pilastri interni, dalle finestre entrano mille spifferi; sopra l’unico tavolo che hanno, tutta la spesa per la famiglia allargata: farina, cipolle, un po' di verdura.
Altro che legge elettorale e Assemblea costituente (gli argomenti all'ordine del giorno della discussione fra le forze politiche tunisine), prioritario dovrebbe essere un cambiamento radicale della gestione del potere e di chi lo gestisce, in direzione della salvaguardia dei diritti e dei bisogni dell’essere umano, compresi tutti quelli che non hanno nulla da offrire, che non hanno né mezzi né possibilità.
Il problema della Tunisia è che, pur avendo proiettato all'esterno l'immagine di un paese stabile, grazie alla realizzazione di una serie di riforme economiche volte alla liberalizzazione e privatizzazione del mercato, in realtà Ben Ali e i suoi fedelissimi non hanno potuto adempiere ai loro doveri di redistribuzione socio-economica, dal momento che si sono mangiati tutto. Il largo ricorso agli aiuti di Banca Mondiale ed UE ha creato un ingente debito estero, con i conseguenti onerosi rimborsi. Inoltre, gli investimenti economici, si sono concentrati quasi esclusivamente nelle zone costiere, trascurando il Sud e le zone agricole centro-occidentali. Poi sono arrivati gli aumenti dei prezzi dei beni di prima necessità, cioè pane, farina, zucchero e latte, vitali per i più poveri. Non è un caso che le proteste abbiano avuto inizio a Kasserine e Sidi Bouzid, e che solo in un secondo momento abbiano raggiunto la capitale.
L'alternativa tra rischiare di morire o morire
La strada tra Sidi Bouzid e Sfax si snoda, ininterrotta, fra chilometri e chilometri di oliveti che forniranno, all’Occidente, un ottimo olio extravergine di oliva ad un prezzo stracciato. Fatica e sudore di povera gente, china per ore e ore con il viso a terra per racimolare pochi dinari, appena sufficienti per il pane. E per chi non riesce a fare nemmeno questo, la soluzione è sulla costa orientale della Tunisia, la dove stiamo andando adesso: rischiare la morte per annegamento o assideramento su una carretta del mare, con l’intento di arrivare in Italia. Partire con la speranza di trovare un lavoro che nella maggioranza dei casi si rivelerà un’utopia.
Nel sud della Tunisia, non esistono altre opportunità. Ce lo ha dimostrato Mohammed Bouazizi, il giovane che si è appiccato fuoco, a Dicembre, nella piazza della città da cui siamo appena partiti. Lo ha fatto perché, la sua vita e il suo paese, gli stavano negando ogni forma di dignità. Un atto estremo, terribile, frutto di anni di stenti e di privazioni, con una prospettiva inesistente e la consapevolezza che non avrebbe potuto nemmeno farsi una famiglia.
Ascoltare dai vicini di casa la dura storia della breve esistenza di Mohamed suscita un forte sentimento di impotenza, quella stessa che, probabilmente, anche lui ha provato quando si è cosparso di benzina e si è dato alle fiamme. Orfano di padre, abbandonato insieme alle sorelle in orfanotrofio, ne fugge qualche tempo dopo per ritornare nella sua vecchia casa a Sidi Bouzid, nel quartiere di Citi Nur. Avrebbe voluto laurearsi ma è costretto per ben due volte ad abbandonare gli studi perché non ha la possibilità di pagarli. Riesce ad avere una licenza per il commercio ambulante di verdura ma gli verrà ritirata nel 2009. Mohammed avverte questa cosa come una profonda ingiustizia, e inizia a scrivere lettere di protesta alle autorità locali, senza ricevere risposta.
Un suo amico ci dice, e ci mostra la fotocopia di un una lettera in arabo, che scrive persino a Ben Ali in persona, ma tutto si rivela inutile. Continua ad andare al mercato, anche senza licenza, vendere quel poco di verdura è l’unica fonte di sostentamento per lui e le sorelle. Una mattina, i vigili del posto chiedono a Mohamed la licenza per il commercio: non potendola esibire, le guardie gli confiscano la bilancia. Il giovane si ribella e viene picchiato nella piazza del mercato e quindi arrestato; viene portato alla stazione di polizia. In seguito viene rilasciato ma la bilancia e il banco di vendita gli vengono trattenuti. Senza quelli non può lavorare, allora lui va dal governatore della città per protestare, ma la sua protesta viene di nuovo repressa con la forza e viene cacciato senza che gli siano restituite le sue cose.
Questa è la molla che fa scattare in Mohamed la follia. Torna sulla piazza del mercato, si cosparge di benzina e si dà fuoco. Un gesto estremo, dettato dalla disperazione, di cui le immagini terribili vengono immortalate.
E la notizia corre di bocca in bocca, il passa parola è immediato e amplificato dai social network, dalla televisione, dai giornali. In poche ore fa il giro del mondo. Il giovane ambulante di Sidi Bouzid diventa subito l’icona di una rivolta che esplode immediatamente nei centri vicini e che dilaga velocemente nelle principali città della Tunisia. Ma non si ferma ai confini del paese, come tutte le rivolte è contagiosa e si propaga oltre alle frontiere scatenando la più grande ondata di proteste che la storia del Medio Oriente ricordi.
Nella piazza che abbiamo visitato, ci sono ancora i segni del fuoco che ha ucciso Mohamed Bouazizi. Un’impronta nera, al centro di un incrocio tra la piazza e la strada che ora è stata intitolata a suo nome. Nelle piastrelle rosse e bianche dei marciapiedi circostanti sono impresse migliaia di impronte dello stesso colore, i segni lasciati dalle centinaia di persone che, scese in quel luogo per manifestare, hanno calpestato il miscuglio di abiti e pelle bruciata di Mohamed e lo hanno disperso per tutta l’area intorno.
E’ impressionante vedere come in ogni piccolo spazio della piazza sia rimasta indelebilmente impressa la cenere del fuoco che ha avvolto il corpo del ragazzo. Forse sono state proprio quelle impronte, intrise della disperazione del giovane Tunisino, che hanno contribuito a diffondere le rivolte, in ogni luogo dove esse sono arrivate, lasciando una scia ben più marcata delle semplici parole. Quante di quelle scarpe, che hanno calpestato quel tragico luogo, portatrici del seme della rivolta, stanno ora trasportando le ceneri in altri paesi e quante ancora stanno attraversando il mare alla volta dell’Italia?
Le speranze che affondano nel mare della Tunisia
Non c'è un passato di povertà alle spalle di Ahmed come lo è invece per molti suoi coetanei delle poverissime province del Sud della Tunisia. La madre infermiera, il padre capocantiere, una casa dignitosa, di tipo occidentale. La camera del ragazzo, che il padre ci mostra è il classico rifugio di un adolescente. Letto, computer sulla scrivania, manifesti attaccati alle pareti. Potrebbe essere la camera di Marco, di Luca o di qualunque altro ragazzo italiano.
L'unica cosa che lo differenzia dai ragazzi di casa nostra è la storia degli ultimi mesi. Ahmed, e gli altri studenti dello stesso quartiere, hanno partecipato in massa alle manifestazioni che si sono concluse il 14 gennaio con la cacciata di Ben Ali. Ragazzi motivati ed impegnati a far sì che il loro paese potesse offrirgli le stesse opportunità di qualunque altro studente che vive solo a poche centinaia di chilometri di distanza.
I genitori di Ahmed raccontano ancora increduli la terribile storia. Qualche settimana prima, un'auto, di cui è stato individuato sia il modello sia il numero di targa, inizia a percorrere le vie del quartiere periferico di Tunisi. Gli occupanti fermano i ragazzi per strada, giovani dai quattordici ai venti anni, li intrattengono illustrando loro le opportunità che hanno avuto i ragazzi che prima di loro si sono imbarcati per l'Italia. Un permesso di soggiorno immediato per tutti, soldi da parte del governo italiano, l'opportunità di un lavoro. "Siete dei bei ragazzi, in Italia sono ricercati i giovani di bella presenza, avrete l'opportunità di un buon lavoro... da voi non vogliamo nemmeno i soldi per il viaggio", così ci dicono che è stato loro detto, i genitori e i parenti riuniti a parlare con noi.
I giovani si ritrovano, ne parlano fra loro. Si conoscono tutti bene, vivono nel solito quartiere, sono cresciuti insieme, hanno frequentato le solite scuole, hanno partecipato tutti alle dure rivolte di gennaio. Le loro menti iniziano a immaginare un mondo nuovo, ricco di opportunità, lavori prestigiosi, scuole di alta formazione e l'entusiasmo inizia a crescere in loro. Alcuni, a casa, ne parlano con i fratelli maggiori e con i genitori. Questi si oppongono fermamente: “Non vi manca niente, che cosa andate a cercare?" è la risposta che tutti ricevono.
Ma in loro è ormai scattata la molla dell'avventura e non si fermano davanti al diniego. Iniziano ad organizzarsi. Per la partenza dovrebbero recarsi a Sfax, una città della costa sud orientale della Tunisia, da dove partono la maggioranza delle carrette del mare. Con il classico entusiasmo che caratterizza quell'età, i ragazzi preparano il trasferimento, in gran segreto, senza più parlarne con i familiari. I soldi non servono, gli organizzatori non glieli hanno chiesti, nessuno di loro si domanda il perchè. Nonostante ciò, qualcuno vende alcune cose per racimolare un po' di denaro, per le piccole necessità: un pc portatile, un cellulare, piccoli tesori che in quel momento non servono più.
Finalmente il grande giorno arriva. Una cinquantina di ragazzi, al mattino, lasciano gli ignari genitori, le loro case a Tunisi alla volta di Sfax. E' facile immaginarli, giovani, belli, gli occhi che brillano di una luce nuova, l'adrenalina che scorre nelle vene che li eccita e gli fa battere forte il cuore, le battute, i progetti per il futuro.
Intanto, a Tunisi, passano le ore. I genitori si chiedono come mai i loro figli ritardano a tornare da scuola. Iniziano a parlare fra loro ed in pochi attimi il sospetto diventa certezza. Li chiamano al telefono, non sono ancora partiti ma lo faranno di lì a poco. I genitori corrono allora dalla polizia, chiedendogli di fermare il barcone, ma i poliziotti, inspiegabilmente, si rifiutano di farlo, dicono che non è affar loro nonostante i ragazzi non possano esibire né passaporti e tantomeno documenti di viaggio.
La disperazione aumenta insieme al senso di impotenza, qualcuno cerca di organizzarsi per partire per Sfax ma arriva la notizia che il battello è partito. Non rimane altro da fare che aspettare di ricevere delle notizie, che purtroppo arrivano fin troppo velocemente. Appena a 30 miglia dalla costa tunisina, la fatiscente imbarcazione, già segnalata alle autorità competenti per le precarie condizioni di sicurezza in cui versava, affonda velocemente.
Solo due dei cinquanta ragazzi imbarcati riescono a salvarsi, due corpi verranno recuperati dalle motovedette italiane, trascinati in mare aperto dalle correnti. Gli altri, dispersi in quel mare che, nell'immaginario collettivo della gioventù africana, rappresenta l'unica via possibile verso la dignità. Ma la dignità non è merce che si trova facilmente sul mercato globalizzato dei diritti umani.
E come a conferma di questo, l'ambasciatore italiano a Tunisi rifiuta di incontrare i genitori delle giovani vittime che chiedono alle autorità italiane un aiuto per ricercare e recuperare i corpi in modo di poterli seppellire nella loro terra. Un rifiuto che indigna e offende non solo i familiari ma tutto il popolo tunisino.
E le domande iniziano a tracciare il solco delle incongruenze di questa terribile storia. Perchè i ragazzi sono stati "adescati"? Perchè quell’auto, di cui sono stati forniti alle autorità tutti i dettagli, non è mai stata fermata? Perché, a quei giovani, non gli sono stati chiesti soldi per il viaggio? Perchè la polizia non ha fermato l'imbarcazione? Perchè nessuno si preoccupa di far luce sulla vicenda?
I genitori sanno dare solo una risposta. Quella che le autorità hanno voluto allontanare dalla Tunisia elementi che hanno partecipato attivamente alla rivolta e quindi particolarmente pericolosi per l'equilibrio politico altamente precario che in questi giorni è stato raggiunto.
Le parole di commiato, lasciando la casa che fu di Ahmed, stentano ad uscirmi dalla bocca. Il senso di nausea che mi opprime mi impedisce di parlare. Esco fuori, nel piccolo giardino fiorito e trovo Omar, il padre di due ragazzi che sono partiti insieme su quella nave maledetta. Stringe forte al petto la foto dei due fratelli, abbracciati, sorridenti. Il suo volto è un misto di dolore e di dignità. Nel volto dei ragazzi nella foto, nei loro occhi gioiosi, vedo i miei figli e mi scopro a pensare per quale fortuita ragione loro sono nati in Italia.
Lampedusa vista dalla Tunisia
Debbo ringraziare gli organizzatori per avermi offerto la possibilità di far parte della Carovana di solidarietà con la Rivoluzione popolare tunisina. Un’esperienza davvero straordinaria, un viaggio nella Tunisia più profonda, quella che non ti aspetti, quella che ti lascia un segno. Ho approfittato della Carovana per osservare il fenomeno dell’immigrazione non da questo lato del Mediterraneo, ma da quello opposto, da dove partono i migranti. Chi è che davvero parte per raggiungere Lampedusa rischiando di affondare senza giungere alla meta? Quali sono le ragioni di questo esodo? Quali le aspettative di chi abbandona i propri cari e il suo paese, forse per sempre? Come funziona e viene organizzato il flusso migratorio? Qual è l’atteggiamento delle autorità locali? Come questo esodo viene percepito dall’opinione pubblica tunisina?
La prima scoperta è contundente. Se in Italia gli sbarchi a Lampedusa occupano le prime pagine dei giornali e rappresentano la prima notizia dei Tg, in Tunisia è tutto il contrario. I media non ne parlano affatto e, quando ne parlano abbiamo a che fare con stringati articoletti di cronaca, relegati nelle pagine interne. La Tv tunisina, grottesca copia di quella berlusconiana, è un susseguirsi di talk show in cui di tutto si chiacchiera, men che meno dell’emigrazione, come del resto dei drammatici problemi sociali che attraversano il paese. L’emigrazione di massa è un tabù. E anche tra la gente comune si preferisce, almeno con noi occidentali, svicolare, rimuovere.
Le autorità, intendo il governo provvisorio, che si barcamena tra una crisi e l’altra, sono senz’altro i primi responsabili di questa sorprendente rimozione del fenomeno dell’emigrazione dal dibattito pubblico. La prima ragione è facile da capire: ogni governo, ogni potere, tentano di nascondere i drammi sociali, essi devono abbellire la realtà per turlupinare i cittadini, allontanando critiche e accuse. Ma non c’è, almeno in Tunisia, solo questo aspetto ideologico. C’è una ragione più sostanziale, strutturale, che spiega il silenzio, ed è che le autorità non hanno alcuna intenzione di arrestare l’emoraggia, l’esodo massiccio di giovani. Quel che ho capito venendo qui è che la classe che in barba alla rivoluzione ancora comanda e tiene saldamente nelle sue mani le leve del potere, non solo non ha alcuna intenzione di bloccare l’emigrazione, ma, pur senza dirlo, la auspica e la favorisce.
Certo, sarà anche, come dicono dalle parti della sinistra radicale, perché molto spesso, quelli che partono, sono proprio i giovani che sono stati protagonisti della rivolta di gennaio, e quindi il potere ha tutto l’interesse a sbarazzarsene, a toglierseli dai piedi. Tuttavia questo atteggiamento di omertà davanti al fenomeno dell’emigrazione corrisponde ad una visione di lungo periodo, ben precisa. Di che parlo? Parlo che in Tunisia la disoccupazione reale, anzitutto giovanile, sfiora il 50 per cento, nelle zone più depresse del Sud e dell’Ovest siamo quasi al 90 per cento. L’economia tunisina non ha alcuna speranza di poter riassorbire questa massa di forza lavoro in eccesso, per questo tanto vale espellerla, proprio per disinnescare la vera e propria bomba sociale ad orologeria della disoccupazione di massa. Una bomba che è, di tutt’evidenza, anche demografica.
E’ questa politica di incoraggiamento sostanziale dell’emigrazione che spiega la linea di “tolleranza attiva” seguita dalle forze di polizia, marittime e di frontiera della Tunisia. Parlando con i cittadini comuni, ma pure con le famiglie dei migranti, all’unisono emerge la medesima denuncia: «la polizia sa benissimo da dove i giovani si imbarcano, quando si imbarcano, conoscono benissimo chi organizza questo traffico. Non fanno niente, anzi proteggono i trafficanti».
Eravamo, l’altro ieri, a far visita ai familiari dei giovani il cui barcone si è affondato, la notte del 13 marzo, a trenta miglia nautiche dalla costa tunisina. 41 i giovani dispersi, risucchiati dai flutti. I loro corpi galleggiano ancora nella acque nei pressi di Lampedusa. Sapendo che si sarebbero incontrati con una delegazione italiana e che c’erano dei giornalisti, almeno sei o sette famiglie si sono raccolte per denunciare la tragedia del 13 marzo (vedi foto). Con le lacrime agli occhi i familiari dei giovani dispersi ci chiedevano di aiutarli. Aiutarli in che cosa? Nel denunciare la tragedia, di cui nessuno vuole parlare, e nel dare voce alla loro richiesta che le autorità tunisine e italiane recuperino i corpi dei loro congiunti, affinché possano essere celebrati dei funerali e dare ad essi una decorosa sepoltura.
Davanti a tanta umana sofferenza non era facile trattenere l’emozione, non condividere la sofferenza, e la rabbia verso l’indifferenza dei politici, delle autorità, sia tunisine che italiane. Siccome la gran parte dei giovani deceduti nella notte del 13-14 marzo venivano tutti da quel quartiere meridionale di Tunisi, i familiari hanno formato un comitato. Si sono recati, tra il silenzio dei media locali, a protestare sotto il Ministero degli Interni e poi sotto quello degli Esteri, venendo trattati a malo modo, spintonati e cacciati via. Alcuni di loro sono stati addirittura ammanettati e fermati per alcune ore. Si sono recati anche, in delegazione, presso l’Ambasciata italiana, per chiedere appunto all’Italia un impegno nel recupero dei cadaveri. Mi piange il cuore a sapere che il nostro ambasciatore nemmeno li ha voluti ricevere, facendoli discutere con un modesto addetto. Abbiamo promesso loro la nostra intercessione, affinché possano finalmente incontrare direttamente l’Ambasciatore. Essi sono consapevoli che forse un simile incontro non sortirà alcun effetto. Ne fanno tuttavia una questione di principio: ovvero di rispetto della loro dignità di familiari in lutto.
Proprio grazie a questo incontro commovente mi sono potuto rendere conto di un’altra cosa: che a scappare dal paese dietro al miraggio di una vita nuova e migliore, non sono solo i giovani più poveri, senza alcuna speranza di trovare lavoro o di ascesa sociale. No, non emigrano solo dalle zone più depresse e disgraziate, come quelle del sud e dell’ovest. Lì quelli che emigrano, sono aiutati dagli stessi parenti, dagli amici, i quali mettono assieme i duemila dinari (mille euro), per pagare il viaggio fino a Lampedusa. Quelli che si avventurano in mare nella speranza di riuscire a varcare le porte blindate dell’Occidente, lo fanno per trovare un lavoro, per poi spedire a casa qul poco di soldi indispensabili alla sopravvivenza dei loro cari, dei fratelli, dei genitori o dei figli. E’ quella che voi chiamereste “emigrazione proletaria”.
Nel quartiere a sud di Tunisi dove ci trovavamo l’altro ieri, non c’è traccia della inenarrabile miseria che abbiamo visto a Sidi Bouzid o a Kasserine. Questo è un quartiere modesto ma che per gli standard tunisini è ceto medio. La casa in cui eravamo, dignitosa, pulita, ben arredata. La stanza di Ahmed, del figlio che il mare gli ha strappato via, lontana mille miglia dalle baracche e dalle catapecchie che abbiamo visto nel sud del paese. Ahmed era un brillante studente liceale, uno dei tanti che nei giorni della rivolta era sceso per le strade. E’ scappato verso la morte all’insaputa dei suoi familiari. Il padre ci dice che ha venduto il suo computer portatile per mettere assieme i duemila dinari per pagare il viaggio verso l’abisso.
«Perché mai vostro figlio è voluto emigrare e andare via se, come dite, non gli mancava niente? Cosa è che allora egli andava a cercare in Europa?», chiedevamo. “Non lo sappiamo, non lo sappiamo”, rispondevano disperati proprio per l’incapacità di farsi una ragione, non solo della morte, ma delle cause della fuga, per loro inaspettata, ma forse lungamente pensata.
Una ragione provo a darmela io. Non solo la necessità economica spinge i giovani a partire. Alcuni dei figli della classe media tunisina, da ben altro sono mossi che dalla volontà di soddisfare i loro bisogni primari. Ci sono, evidentemente, quelli che una certa sociologia chiama “bisogni secondari”, e che certi marxisti liquidano frettolosamente come mere illusioni ideologiche. Di che si tratta? Della condivisione dei modelli di vita occidentali, di come essi gli vengono presentati dai media. Fuggono dalla Tunisia proprio i giovani ammaliati dal mito della “bella vita” occidentale, l’Occidente effimero dei valori consumistici ed edonistici, che Tv come quella italiana trasmettono con tanta abilità e maestria. Può sembrare paradossale ma questi giovani sono anche tra coloro che nel gennaio scorso, sulla scia del sacrificio di Mohamed Bouazizi, datosi fuoco il 4 gennaio, hanno riempito le strade, portando alla fuga del dittatore Ben Alì. Come dire che una delle anime di quella rivolta era rappresentata da giovani che non erano mossi dall’indigenza, e nemmeno da chissà quali ideali sociali egualitari, ma proprio dalla speranza di una vita all’occidentale.
A due mesi dalla fuga di Bel Alì, non c’è solo il disincanto della povera gente, per cui non è cambiato nulla. C’è anche la disillusione di molti giovani per bene e quindi la ricerca di una scorciatoia, della fuga verso la “bella vita” occidentale.
A due mesi dalla fuga di Ben Alì
Davvero istruttivo questo in Tunisia nell'ambito della Carovana di solidarietà con la Rivoluzione popolare. A poco più di due mesi dalla cacciata di Ben Ali l'effervescenza sociale, la spontaneità diffusa, le manifestazioni di protesta dei Comitati popolari, i presidi della "società civile", vanno lentamente scemando, lasciando il posto a due fenomeni distinti. Due fenomeni che indicano una latente fratturazione politica e sociale.
Da una parte, il prevalente disincanto, il sentimento di delusione, lo scoraggiamento. Questi sentimenti prevalgono alla base, tra i cittadini comuni, anzitutto tra gli strati più poveri delle grandi città e nelle zone rurali poverissime come la regione del Kef o quella di Kasserine. Ci vuole poco, qui in Tunisia, per venire a sapere che per i poveri nulla è cambiato.
D'altra parte, il fermento sociale dal basso che aveva occupato la scena subito dopo la caduta di Ben Ali ha lasciato il posto di protagonista al dinamismo incalzante dei raggruppamenti politici e dei partiti, nessuno escluso. Qui a Tunisi è tutto un proliferare quotidiano di conferenze stampa di questo o quel partito, di questo o quel raggruppamento politico culturale, che spiegano chi essi sono e l'idea che hanno della Tunisia del futuro.
L'effimera "società civile", il sovversivismo internettaro dei giovani, stanno inesorabilmente lasciando il posto alla tetragona, e si scopre massiccia, "società politica". Uno sciame di raggruppamenti politici che sono stati in sonno per quaranta anni, obbligati ad una clandestinizzazione più o meno spietata, sono improvvisamente risorti come i fiori del Sahara dopo un acquazzone. Il 24 luglio prossimo si svolgeranno le elezioni per l'Assemblea Costituente. Ben 49 sono i partiti che hanno dichiarato di voler partecipare alla competizione elettorale. Essi coprono tutto lo spettro politico: destra, centro e sinistra, laici e islamisti, nazionalisti, panarabisti e liberali filo-occidentali, comunisti rivoluzionari e socialdemocratici. Non potevano mancare, come concorrenti, i cosiddetti "indipendenti", i quali presumono di parlare a nome di una "società civile" estranea e diffidente verso tutti i partiti e la forma partito in quanto tale.
Al centro dell'agenda politica in queste settimane è la legge elettorale che sarà utilizzata il 24 Luglio per formare l'Assemblea Costituente - questa grande conquista della sollevazione popolare di gennaio, conquista che fa della Tunisia la punta di lancia del generale risveglio arabo.
Il governo provvisorio, i partiti e i raggruppamenti eredi del benalismo, ancora al potere, hanno costituito un Commissione Elettorale centrale, la quale, dietro alla cortina fumogena dei tecnicismi, tenta di imporre un sistema elettorale per collegi uninominali che favorirebbe il vecchio notabilato benalista e i settori della borghesia tunisina che la rivolta di Gennaio ha solo scalfito.
Contro questo tentativo, non solo i partiti di estrema sinistra, ma numerosi organismi della "società civile", intellettuali democratici, oppongono un meccanismo elettorale democratico e proporzionale. La partita è aperta, ma c'è di che essere pessimisti. La Commissione Elettorale centrale non potrà che ubbidire ai suoi committenti e sfornerà una legge elettorale a tutto svantaggio delle forze anticapitaliste e rivoluzionarie.
Sfortunatamente, il movimento islamico Ennahdha (che è senz'altro la forza sociale più consistente in quanto a seguito popolare) nonostante sia in una alleanza solida con il Partito Comunista degli Operai tunisini, non ha ancora preso una posizione precisa su questa dirimente vicenda della legge elettorale. Non è difficile comprenderne la ragione: essendo il più forte partito politico, esso potrebbe avere convenienza da un sistema fondato sui collegi uninominali.
Da parte sua, il Partito Comunista Operaio tunisino, che è senza alcun dubbio il partito più forte non solo della sinistra rivoluzionaria, ma della sinistra tunisina in quanto tale, mantiene una posizione molto ferma in difesa di una legge elettorale democratica poiché, esso afferma, solo una legge effettivamente democratica può assicurare la piena partecipazione e sovranità popolare.
E' quindi il discorso sulla "sovranità popolare", come essa debba essere esercitata, attraverso quali istituzioni essa debba esprimersi, ad occupare l'agenda politica tunisina. Come si vede, quella che chiameremmo "questione sociale" sta sullo sfondo, dietro a quella politica e giuridica della forma di Stato. Questo è forse il limite principale, ma obiettivamente il precipitato della cosiddetta "Rivoluzione di Gennaio".
L'altro ieri ci trovavamo fra i tuguri e le strade polverose di Kasserine, il luogo da cui sono partite le proteste. Per la gente che vive lì, nulla è cambiato. Chiedevano pane, e sono stati ammazzati: la polizia gli ha sparato contro, morti e feriti, persino durante il funerale di un ragazzo, ritenuto non autorizzato. Ben Ali è andato via, a Tunisi discutono della legge elettorale, loro continuano a fare la fame, a non sapere sotto quale tetto dormire, a piangere i loro morti.
Giustizia non è stata fatta; nessuno si è recato a trovarli, gli assassini dei loro figli sono liberi e ingiudicati, nessuna speranza per il futuro. "Forse la rivoluzione ci ha dato la libertà, ma non la dignità, quella non ce l'ha data".








